Emozioni che feriscono

“L’anima e il cuore sono qualcosa da maneggiare con cura”

Adolescenti-tristi2-300x225Ogni uomo ed ogni donna crescendo vivono nel tentativo di sviluppare quelle armi che impediscono agli eventi ed alle emozioni negative di trasformarsi in ferite.

Il bambino non possiede ancora questi strumenti ed è sensibile a ferite che derivano da emozioni dolorose e di sofferenza. Non sempre gli adulti ricordano che, dal punto di vista emotivo, il bambino è fragile e può non essere in grado di sopportare certe situazioni che provocano in lui  sconcerto, ansia e paura del futuro. Emozioni che risultano destabilizzanti per il piccolo.

Solitudine, rifiuto, l’umiliazione, il tradimento e l’ingiustizia sono emozioni che un bambino può non sopportare. Esperienze negative che, se reiterate, possono influire sull’autostima del piccolo riducendola o inibendola e produrre molti altri stati emotivi negativi.

La solitudine e l’abbandono sono emozioni che il piccolo sperimenta quando sente gli adulti di riferimento emotivamente distanti da lui, quando questi non dedicano ad esso tempo a sufficienza, quando, non condividono le esperienze, non vivono momenti di gioco e svago, non sono accoglienti nei confronti delle confidenze, non dimostrano reciprocità affettiva. Non di rado bambini che vivono emozioni di solitudine e sentimenti di abbandono mettono in atto comportamenti atti ad attirare l’attenzione dell’adulto.

Mortificazioni ed umiliazioni, che nascono dalla trasformazione di un difetto, che può essere anche minimo, in un cruccio. Il bambino che avvertirà la mortificazione non riuscirà, se non aiutato, a trovare soluzione al suo errore e continuerà ad evitare il compito con un “non sono capace”.

Il tradimento. Tra le più grandi emozioni dolorose che l’uomo conosce per il bambino è qualcosa che difficilmente è sopportabile e che si trasforma, nel caso di tradimenti profondi, in vere e proprie insicurezze emotive. Come genitori è necessario non fare mai promesse che non si possono mantenere, positive o negative, non violate mai un segreto confessato da un bambino. Il genitore credibile è quello che sa dire anche qualche “No” ma sa dire anche “Si”, nel bene e nel male.

Le emozioni che un bambino non può sopportare corrispondo a quei dolori dai quali il piccolo non riesce a liberarsi.

Compito del genitore è non essere mai superficiale, sia nelle parole che nei gesti, trovare sempre parentesi di tempo da dedicare al piccolo in modo esclusivo, attimi di coccole, abbracci e affetto sconsiderato. Perchè, per ogni ferita, l’amore è la medicina più potente.

“La prima volta che sono nata”. Il viaggio alla scoperta della vita

“La prima volta che ho aperto gli occhi, li ho subito richiusi. Ho pianto. Poi delle mani mi hanno sollevata al cielo e mi hanno posata tra due montagne di latte. Ho smesso di piangere e ho aperto gli occhi per la seconda volta nella mia vita. Ho visto la luce più dolce del mondo: erano gli occhi di mia madre”. 

la-prima-volta-che-sono-nata-vincent-cuvellier-charles-dutertre-sinnos_h_partbSi nasce, si cresce e crescendo si scopre. Quella della vita è la scoperta più emozionante, una scoperta che passa attraverso tante prime volte.

“La prima volta che sono nata” è un libro che, pagina dopo pagina, permette di ricordare piccoli momenti che hanno fatto parte della vita di ognuno di noi. Raccontato con parole semplici che fanno emozionare o ri-emozionare. Ogni pagina è una prima volta, descritta ed illustrata con tratti semplici ma ben definiti.

“La prima volta che mi hanno fatto una coccola, impossibile sapere chi sia stato. Mamma mi stringeva contro il suo petto, papà stava chinato su di me. Ricordo soltanto che mi piaceva molto e che avrei voluto continuasse a lungo. Ho avuto fortuna, è continuato a lungo”.

Nina è la protagonista della storia e attraverso i suoi occhi si ripercorrono le tappe di vita di ognuno. Un libro per bambini che parla a gran voce agli adulti, a quei grandi che, spesso, non si fermano a ri-pensare e ad emozionarsi.

“La prima volta che sono andata in bicicletta senza rotelle, sono andata anche senza occhi, senza mani, e senza papà”.

Tante parole ed immagini che non si fermano alla fanciullezza di Nina ma che regalano anche l’emozione del suo diventare donna e mamma.

“La prima volta che ti ho vista, eri tu che tenevi gli occhi chiusi ed io ero il mare”. 

Un libro che leggerete tutto d’un fiato perché ad ogni pagina sentirete l’emozione e la voglia di rivivere cose passate o scoprire tutto ciò che ancora la vita può riservarci e regalarci, per la prima volta.


Vincent Cuvellier , Charles Dutertre, La prima volta che sono nata” , Ed. Sinnos

L’arte del dialogo e dell’ascolto

“Chiunque dovrebbe assistere in silenzio a una conversazione tra bambini, per scoprire che condividono una invidiabile apertura mentale. Cosi, se chiedeste loro, di cosa stanno parlando troverebbero normale rispondere ‘di elefanti e conigli’ “.

506758515Fino a circa due anni i bambini non si mostrano particolarmente interessati a comunicare tra loro. Nell’asilo nido i bambini preferiscono parlarsi con la mimica e gesti. Solo a partire dai tre anni i piccoli iniziano effettivamente a comunicare reciprocamente.

Spesso si cerca di identificarsi con il bambino e per comunicare con lui si usano termini propri del pinguaggio infantile, si dice ad esempio ‘dammi la manina’ anziche’ ‘dammi la mano’. Alla lunga questo atteggiamento rende piu’ difficile per il bambino impossessarsi delle parole corrette. E’ bene quindi che gli adulti utilizzino un linguaggio preciso. E’ necessario che i grandi utilizzino aggettivi che espimono giudizi ed emozioni: bello, brutto, allegro, triste, armonioso, affascinante… Il bambino sara’ cosi incoraggiato ad arricchire il linguaggio, a impadronirsi dei sinonimi, a inventare paragoni, a scoprire nuove immagini.

Se il bambino, al termine della giornata, non vuole raccontarsi e’ necessario rovesciare la prospettiva: se volete aprire un dialogo e’ necessario parlare di se stessi, dei propri pensieri, di gioie e dispiaceri e della propria giornata.

E’ utile dedicare al dialogo uno spazio durante la giornata, dieci minuti dedicati al piccolo, senza TV, pentole sui fornelli o interruzioni continue. Non e’ necessario trovare argomenti precisi ma di raccontare qualcosa che e’ accaduto e stare ad ascoltare i commenti del bambino che, pian piano, si aprira’ a sua volta.

Ascoltare il piccolo significa, oltre che ascoltare le sue parole, prestare attenzione ai suoi sentimenti e alle sue emozioni.

La maestra nuova. Il profilo della maestra montessoriana

“E’ piu’ semplice comandare e ammonire ma occorre invece molta penetrazione e molto amore”

“La sicurezza che vi sono stimoli capaci di risvegliare nel bambino delle attività spirituali, forma la base del nostro sistema educativo. La loro maggiore o minore efficacia dipende dalla maestra e dal suo modo di presentare il materiale didattico. Se essa saprà rendere questi oggetti attraenti ai bambini il suo insegnamento sarà altrettanto efficace quanto lo stesso materiale. Noi intendiamo dunque per lezione, o insegnamento della maestra, la sua speciale abilità di presentare il materiale al bambino e di insegnargliene l’uso”.

montessori_kindergerechtL’adulto, nonché l’insegnante, funge da tramite tra il bambino e l’ambiente accuratamente per lui preparato. È attento che i piccoli non siano mai esecutori passivi, obbedienti solo per timore o per conformismo. Esso non esprime mai giudizi positivi o negativi sui risultati o sui comportamenti; non grida e non richiama collettivamente i bambini. Interviene il meno possibile al fine di permettere a ciascun bambino di sperimentare quell’indipendenza che la famiglia a volte nega. Il calmo lavoro individuale è il primo vero incontro con le cose ma anche con se stessi. È la comunità dei bambini che incoraggia un piccolo, svogliato perché a casa imboccato, a mangiare da solo o un altro, inquieto, a cercare sicurezza nelle abilità manuali o espressive. I piccoli trovano così la loro pace, un ordine interiore: avviene quella che Maria Montessori definisce normalizzazione; è a questo punto che il bambino entra in vero rapporto con l’adulto, purché questi, dal canto suo, non giudichi e non spinga alla competizione. In tal senso, fondamentale è la formazione permanente dell’insegnante, non meno essenziale della continua e accurata preparazione dell’ambiente, il quale svolge il compito di un secondo maestro: silenzioso, indiretto ma potente, un tacito invito ad agire. Attentamente preparato, in assenza dei bambini, sull’osservazione delle loro esigenze; tutto ai fini dell’esperienza di libertà e di attività che i bambini possono condurre.

“L’ambiente stesso fa lezione al bambino. La maestra deve solo mettere il fanciullo in diretto rapporto con l’ambiente, mostrando come si usano i vari oggetti. Negli altri metodi questo non succede mai. Ma non basta: essa deve conoscere ciò che occorre al bimbo e per di più deve abbellire con le sue mani la culla dell’anima che forma”.

La maestra montessoriana è particolarmente attenta e preparata nell’osservare ogni singolo bambino ed i piccoli gruppi che si formano spontaneamente. Non resta seduta alla cattedra, non perde mai di vista i piccoli ma offre il suo aiuto diretto solo a quelli che sta seguendo da vicino in quel momento. Le lezioni sono per la maggioranza individuali e durano il tempo necessario perché il bambino possa rendersi indipendente.

“Il nostro scopo non è tanto di impartire degli insegnamenti, quanto di
risvegliare e sviluppare le forze spirituali. Il compito della maestra nuova è assai difficile”.

Tra il 1930 ed il 1931 Maria Montessori scrisse “Il Memorandum”, un documento interamente dedicato al comportamento che la maestra montessoriana deve assumere; alcuni dei punti fondamentali che si leggono nel documento sono: cura dell’ambiente, insegnamento dell’uso degli oggetti, essere attivi nel mettere i piccoli in rapporto con l’ambiente e passivi quando il rapporto è avvenuto, osservare i bambini, accorrere dove si è chiamati, ascoltare e ricambiare dove si è invitati; rispettare il lavoro senza mai interromperlo, e ancora, rispettare chi si riposa o guarda gli altri lavorare, senza richiamarlo ed obbligarlo al lavoro. Rispettare chi sbaglia un lavoro, senza l’ansia di corregge subito, perché ogni aiuto inutile è un ostacolo allo sviluppo. Si deve focalizzare l’attenzione su chi ne ha maggiormente bisogno; apparire a chi ha terminato il suo lavoro e ne ha compiuto liberamente lo sforzo, mostrando, in silenzio, la nostra approvazione: il bambino deve trovare piacere nello svolgere il lavoro, non deve farlo per compiacere l’adulto.

“Parecchie maestre si sono impossessate assai superficialmente di questi principi. Una volta distribuito il materiale si ritirano e mantengono il silenzio, qualunque cosa accada. Ne consegue un grande disordine nelle classi. Queste maestre erano incorse in un grave errore; temevano di disturbare il disordine, invece di provvedere a ristabilire quell’ordine il quale solo favorisce l’attività individuale del bambino. È più semplice comandare e ammonire! Invece così il compito della maestra non è facile e richiede molta penetrazione e molto amore”.

Quattro passi a occhi chiusi a Orticolario

“Non occorre guardare per vedere lontano. Come la rugiada che risveglia i fiori. Senza luce ne rilevo le forme”

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Orticolario è un omaggio al giardino e al fascino discreto del fiore, da cogliere attraverso forme, profumi, colori, sensazioni, in una suggestione di stimoli offerti dalla natura con la complicità del lago”.

Esperienza olfattiva
Esperienza olfattiva

L’esposizione offre la possibilità di una piccola esperienza unica con l’allestimento di un giardino ispirato a chi non vede, permettendo di entrare a piccoli passi nel mondo di chi sa guardare senza vedere.

Quattro ambienti da percorrere abbassando le palpebre, scoprendo la pelle e prestando attenzione alle superfici su cui si poggiano i piedi, alle caratteristiche e ai profumi delle foglie che possono e devono essere toccate per essere guardate, ai loro fruscii e alle carezze delicate sul corpo.

Sculture con particolari connotati tattili accompagnano lungo il percorso e completano il giardino.

Quattro passi per scoprire i cromatismi non visivi della natura. Dedicato ai non vedenti, è un occasione per tutti di mettersi in gioco e godere delle bellezze non vedendole ma attivando tutti gli altri sensi.

L’intelligenza emotiva

“Un trattino a matita sulla parete, per misurare quanto sei cresciuto dall’anno scorso. E una tacca sul mio cuore ogni volta che mi sorridi”.

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L’intelligenza emotiva è la capacità di comprendere le emozioni, proprie e altrui, e di saperle gestire.

Sensibilità, entrare in sintonia con gli altri, saperli comprendere e comunicare affetto, sono tutte abilità relative all’intelligenza emotiva. Un’abilità preziosa a qualsiasi età. Imparare a comprendere e padroneggiare le emozioni sin da piccoli è certamente vantaggioso. I bambini acquisiscono tale abilità osservando gli altri e tale sviluppo inizia in particolare a partire dai tre anni di età.

E’ importante insegnare al bambino delle regole, poche e semplici, che indichino dei limiti che gli permettono di sviluppare una sorta di autocontrollo e di dominio delle emozioni negative.

Gli adulti devono essere inoltre affettuosi con il bambino, sorridergli ed essere espansivi anche con le persone che si incontrano, in modo da trasmettere un atteggiamento di allegria e fiducia verso il mondo esterno. E’ fondamentale inoltre insegnare ai piccoli, sempre attraverso l’esempio, a superare le difficoltà cercando soluzioni vantaggiose, senza lasciarsi trascinare dalla rabbia.

I genitori rappresentano per il bambino un modello da imitare, in tutto e per tutto. Perché la sua intelligenza emotiva si sviluppi è necessario dargli la possibilità di osservarne le più comuni espressioni.

Diventare nonni. Essere nonni.

“La famiglia è il luogo dell’amore come dono gratuito e disinteressato”

grandparents_2327487bOgni nonno prima di essere tale è stato un genitore. Ogni nonno ed ogni nonna, seppur ognuno in modo diverso, è stato figlio e nipote.

Come genitori abbiamo il dovere di lasciar andare i nostri figli e permettere loro, ora, di essere genitori, non uguali a noi, ma a modo loro. I figli devono essere lasciati liberi di essere loro stessi, con tutti gli errori possibili che essi possono commettere: la storia ci insegna che sono stati gli errori a condurre alle più grandi scoperte.

I nonni non devono essere rivali dei propri figli ma loro alleati. Fondamentale è che nonni e neo-genitori comunichino al fine di garantire tutto il bene possibile ai loro piccoli. I nonni non sono babysitter e hanno tutto il diritto, nella loro casa, nel tempo in cui si occupano dei loro nipotini, di fissare delle regole proprie, ma sempre nel rispetto di quello che i genitori hanno deciso. E’ necessario trovare degli equilibri, a garanzia dell’amore, della felicità e della crescita dei bambini.

Essere nonni non significa rivivere il proprio essere genitori. L’amore di un nonno è qualcosa che va al di là, è un amore diverso e profondo, fatto di complicità, è gioia pura, è lo “stare veramente bene”.

I nonni non devono dimenticare che la loro famiglia è un nucleo famigliare separato da quello dei propri figli ed essi hanno il diritto ad avere le loro vite, indipendenti da quelle di figli e nipoti. I nonni hanno diritto ai loro spazi.

Nonni e genitori devono essere consapevoli del fatto che vivono in due spazi distinti, che hanno ruoli distinti e che, quindi, anche le regole sono diverse. Ma è fondamentale che nonni e genitori fissino poche regole che devono essere rispettate, regole che è necessario condividere prima, attraverso un dialogo diretto ma rispettoso per entrambe le parti. Si costruisce così una base educativa di condivisione.

L’esperienza dell’età di un nonno non autorizza a giudicare ciò che il neo-genitore decide. E’ necessaria complicità e non conflitto e la complicità si costruisce, giorno dopo giorno.

I nonni sono una risorsa, il loro spazio è uno spazio sano, uno spazio d’amore sconsiderato.


Per  Gli incontri di Chicco”  Incontro A cura del Dott. Michele Filanti In Collaborazione con Polispecialistica Lariana

Per una pedagogia della famiglia

“Per produrre parole bisogna regalarsi un tempo per ascoltare”

fam2La consulenza pedagogica alla famiglia abbraccia molteplici interventi. Tutto nella famiglia può essere ricondotto ad una grande esperienza di educazione di sé e degli altri.

Il punto vendita Chicco Village di Como, in collaborazione con Polispecialistica Lariana, organizza periodicamente incontri rivolti alle famiglie su differenti temi inerenti l’educazione e la cura dei piccoli. Gli incontri sono tenuti tutti da due pedagogisti, la Dott.ssa Katia Biundo e il Dott. Michele Filanti. 

Seguirò gli incontri e li racconterò con articoli dedicati ai temi trattati.

Credo fortemente al bisogno delle famiglie di spazi di condivisione e confronto, la necessità di luoghi non giudicanti che rispondano ai dubbi e alle paure che l’educazione apre inevitabilmente.

Per una consulenza pedagogica sono necessarie poche idee, ma chiare. Nonostante la grande varietà di situazioni, differenti gradi di consapevolezza, esistono alcune bussole che orientano la famiglia e che è compito del pedagogista fornire, in modo semplice e generale.

Il pedagogista è colui che può condurre ad educare se stessi e i propri figli allo stupore, alla ricerca, al guardare in alto e all’inseguire i propri sogni.


GLI INCONTRI in Collaborazione con Polispecialistica Lariana

26 settembre 2015 “Diventare Nonni. Essere nonni” Incontro A cura del Dott. Michele Filanti

17 ottobre 2015 “Una valigia magica per essere nonni felici” Incontro A cura del Dott. Michele Filanti

7 novembre 2015 “Mamme e papà. Ansie e paure” Incontro A Cura della Dott.ssa Katia Biundo

Educare alla Felicità

“Se vi sentite felici, ditelo alla gente. Ridete! Piangete! Bisogna toccarci, stringerci, sorriderci, pensare l’uno all’altro, e curarci gli uni degli altri: siamo liberi di fare tutto ciò”. Leo buscaglia

bimba-che-rideIn molti Paesi del mondo la felicità sta diventando una materia di studio.

La felicità è quello stato caratterizzato da emozioni e sensazioni del corpo e della mente che procurano benessere e gioia in un momento più o meno lungo della nostra vita. La felicità, dal punto di vista psicologico, può essere il raggiungimento di un desiderio, la soddisfazione di vederlo realizzato o la soluzione di un problema che provoca gioia. La felicità può essere considerata come il provare ciò che esiste di bello nella vita. La felicità è un’emozione soggettiva, non casuale,  è una capacità individuale da scoprire. Non è un inseguimento dei sogni futuri, ma al contrario è il cercare di godere di quello che si possiede nel presente.

Epicuro, in una Lettera sulla felicità a Meneceo, lo ravvisava sul fatto che non c’è età per conoscere la felicità: non si è mai né vecchi né giovani per occuparsi del benessere dell’anima.

Epicuro parlando di felicità ne individua tre categorie, la prima è quella dei piaceri naturali e necessari, tra questi l’amicizia, la libertà, l’amore e le cure.

Studi nel campo delle neuroscienze e della psicologia positiva hanno evidenziato che un approccio positivo alla vita ha un impatto determinante sul benessere, la soddisfazione e la felicità dell’individuo. Inoltre è stato dimostrato che la positività non è una dote innata ma può essere insegnata e che quindi anche la felicità è un’abitudine che si può imparare da piccoli. Educare alla felicità è quindi possibile ed è un percorso di vitale importanza se applicato sin dalla nascita e dalla tenerissima infanzia, ovvero quando il cervello è nella sua massima fase di plasticità.

Educare alla felicità significa insegnare ai nostri bambini a divenire adulti solidi, forti, in grado di affrontare e superare le avversità della vita.

Prima di tutto è necessario che sia l’adulto stesso il primo ad imparare ad essere felici, a prendersi i suoi meriti quando gli spettano e gli insuccessi quando avvengono.

Spesso gli adulti pensano che un bambino è felice solo perché è un bambino. Ma spesso nella sua mente si affollano sensazioni che non sa come definire e che pensa siano sbagliate: la paura di un insuccesso, la paura che i genitori gli neghino l’affetto, la paura di smarrirsi, la rabbia e la frustrazione.

L’esempio è uno dei modi di insegnare più potenti e allora, noi siamo felici? Sorridiamo? Come esternalizziamo la nostra felicità?

Per educare i piccoli alla felicità è quindi necessario:

  • Sorridere: il sorriso è il primo mezzo per esprimere la felicità;
  • Diamo ai bambini piccoli compiti da compiere ed elogiamoli, nonostante i risultati perfetti;
  • Complicità: un bambino che sente di poter confidare i suoi sentimenti, le sue emozioni, successi e insuccessi, sarà un bambino felice;
  • La felicità non risiede in un bel voto o in un’ottima prestazione sportiva ma nei rapporti positivi con gli altri;
  • Lasciamo i piccoli liberi di sperimentare: non diciamo “fai così…” mentre stanno giocando. Giocando i bambini misurano se stessi. Lasciamoli liberi di farlo senza apostrofarli;
  • Raccontiamo le favole e non sostituiamo i libri con tablet, smartphone e tv;
  • Coccole, baci e abbracci;
  • A tutto c’è un rimedio: insegniamo ai nostri figli che un brutto momento non durerà per sempre, che un brutto voto non è un’etichetta.

Le cose che insegnerò al mio bambino/a

“una carezza, un sorriso, un segreto. mi rende felice il tentativo, non la riuscita. il cammino, non la meta”

12002931_1021426224546036_8240214653406189205_nAmati. Avrai i tuoi difetti, fisici, caratteriali, ma non dimenticare mai che sei unico/a ed inimitabile. In molti ti vorranno diverso/a ma tu sii sempre te stesso/a, solo così potrai essere davvero felice.

Non cercare di farti amare a tutti i costi da chi non ti ama.

Sii forte, ma non troppo. Concediti un momento in cui piangere, essere fragile, cadere. Solo così imparerai a rialzarti e non dimenticare mai che ogni dolore rende più forti.

Il giudizio di una madre è importante ma anche le madri possono sbagliare e la vita non è mia ma tua e non è me che dovrai rendere felice. Se il cuore andrà in una direzione diversa dal mio consiglio, seguilo; ricorda: il cuore non mente mai piccolo/a mio/a.

Anche se a volte gli altri ti possono sembrare così lontani da te, non dimenticare che il mondo è strano e le vie percorribili spesso incomprensibili. Ascolta le storie, non giudicare, osserva e pensa che un giorno quello/a giudicato/a potresti essere tu.

Se vuoi una cosa lotta per ottenerla, ma senza ferire mai nessuno. Indossa scarpe pesanti, mai per schiacciare qualcuno ma solo per essere più saldo/a nel tuo viaggio in questo mondo.

E non dimenticare mai: ovunque andrai, qualsiasi cosa diventerai, la tua famiglia sarà il tuo porto sicuro.