Abbracciare un bambino è una indispensabile forma d’amore

“I bambini sentono le nostre emozioni più di quanto ascoltino le nostre parole”

hug-1

Quando un bambino viene al mondo le prime cose che percepisce sono la pelle ed il suono del cuore della madre che lo accoglie tra le braccia.

Il calore di un abbraccio provoca emozioni positive e permette di sentirsi amati.

Abbracciare un bambino sarà determinante per la maturità psicofisca del piccolo. L’abbraccio permette di costruire le radici che uniscono genitri e figli. L’abbraccio permette di rendere il bambino parte di noi e costruire con lui il mondo famigliare.

Studi mostrano come bambini che non ricevono abbracci o carezze piangano meno, consapevoli del fatto che non verranno ascoltati. Inoltre le ricerche hanno dimostrato come gli abbracci creino connessioni neuronali utili all’annientamento delle paure, dei dubbi e delle incertezze. Lo sviluppo di bambini che non vengono abbracciati è più lento ed essi hanno meno curiosità nei confronti di ciò che li circonda.

Gli abbracci costituiscono il linguaggio del cuore e fanno crescere più forti, permettono al bambino di costruire la personalità. Sono il modo più significativo di creare un vincolo tra figli e genitori che rappresentano per  il piccolo il primo contatto sociale. L’abbraccio trasmette al bambino un messaggio di appartenenza che non lo fa sentire solo ma parte del mondo.

Non c’è nulla di più calmante di un abbraccio. A volte, nonostante abbiano mangiato, siano puliti, i neonati piangono ed il loro gesto non è ingiustificato ma è l’espressione di un bisogno, quello di un abbraccio. I bambini chiedono affetto, hanno bisogno degli abbracci di mamma e papaà per scongiurare quella paura che accomuna tutti noi: la paura di essere abbandonati e lasciati soli.

Un abbraccio non costa nulla ma ha una forza immensa. Non siate parsimoniosi di abbracci. Mai.

Buon Natale dal Pianeta Corason

“Un pianeta dove a scuola si impara la teoria ma si allenano anche i sentimenti. Un pianeta dove una persona è considerata intelligente, non solo se risolve un’equazione, ma se è sensibile ed attenta al prossimo”.

12373285_1055070681181590_943545745714231288_n

Il mio pensiero di Natele, l’augurio di un pianeta dove le persone si capiscano con lo sguardo e con il cuore. Un breve racconto, trovato per caso, per augurare a tutti voi un felice Natale.

Sul Pianeta Corason la priorità veniva data alle cose che contavano veramente. La vita era una cosa autentica, da scoprire e coltivare con cura.

I politici venivano eletti per i loro meriti ed erano concentrati per rendere il mondo un posto migliore, in cui fosse bello vivere, indipendentemente dalla posizione e dal reddito.

I giovani amavano l’istruzione e venivano accolti a braccia aperte quando entravano nel mondo del lavoro. Nessuno era disoccupato. Ognuno dava quello che poteva e riceveva in base ai propri bisogni. Nessuno se ne approfittava perchè le persone erano fondamentalmente oneste e rispettose dei bisogni degli altri.

Una persona era considerata intelligente non solo se risolveva un’equazione, ma se era sensibile, attenta al prossimo e se si impegnava nel costruire una società migliore.

Il fine di ogni persona era diventare una persona migliore.

Il pianeta emetteva un ruomore sordo, che potevi sentire solo se facevi silenzio ed appoggiavi l’orecchio al suolo. Sembrava il battito di un cuore: Bon-tà, Bon-tà. Bon-tà…

Crescere significa essere cacciatori di stelle

“Nessuno nasce perfetto, ne lo diventa, ma l’esistenza è un dono che non va sprecato”.

crescere-leggendo-fare

Crescere, diventare una persona consapevole, è il mestiere più difficile, ma anche il più bello. Crescere è un mestiere senza fine.

In un mondo dove i punti di riferimento tendono a confondersi e dove è sempre più arduo trovare il proprio cammino, è importante riflettere su ciò a cui aspiriamo. Vogliamo divenatare una persona migliore in un mondo migliore?

Ogni grande avventura inizia con un primo passo, altrimenti che avventura sarebbe?

Nessuno nasce perfetto, né lo diventa. Importante è capire che la nostra esistenza è un dono che non va sprecato, ma assaporato istante dopo istante, nell’incontro con gli altri e alla ricerca di se stessi.

Se il saggio, che è nel cuore di ognuno di noi, ti indica una stella, non fermarti a guardare il dito, perchè ti sta indicando la giusta direzione.

Nel guardare le stelle gli antichi navigatori capirono come orientarsi, ma anche come esprimere desideri.

Montessori: ordini e gradi nella presentazione del materiale

“Un bambino che dimostra il desiderio di lavorare e di imparare deve essere lasciato libero di farlo”. M. Montessori

images

Nell’applicazione pratica del metodo occorre conoscere le serie di esercizi che devono essere presentati al bambino in successione, a sua volta ogni esercizio presenta una progressione.

Nella “Casa dei Bambini” si iniziano a mostrare agli stessi svariati esercizi contemporaneamente. Di seguito verranno illustrati i gradi della presentazione del materiale nel suo insieme.

Il primo grado comprende esercizi di vita pratica: muovere le sedie in silenzio, trasportare oggetti, camminare in punta di piedi e le allacciature; ed esercizi sensoriali con i cosiddetti incastri solidi; questi vengono presentati con la seguente progressione: a) incastri della stessi altezza e di diametro decrescente; b) incastri decrescenti in tutte le dimensioni; c) incastri decrescenti solo nell’altezza.

Il secondo grado in merito agli esercizi di vita pratica comporta: l’alzarsi e il sedersi in silenzio, spolverare, versare acqua da un recipiente in un altro. Si richiede inoltre al bambino di camminare sul filo. In riferimento agli esercizi sensoriali si presenta al bambino materiale di dimensioni e lunghezze differenti, prismi e cubi.

Il terzo grado, racchiude esercizi di vita pratica, esercizi sensoriali ed esercizi di movimento.

I primi includono il vestirsi, il lavarsi e lo spogliarsi, la pulizia degli ambienti e il mangiare correttamente usando le posate; i secondi riguardano il disegno ed il cosiddetto “esercizio del silenzio”. A questi infine si aggiungono esercizi di movimento che consistono nel controllo dei movimenti camminando sul filo.

Nel quarto grado gli esercizi di vita pratica vanno via via ad assumere una gradazione di difficoltà maggiore. Al bambino è richiesto di apparecchiare la tavola, lavare le stoviglie, ordinare la stanza ecc… Si aggiungono a questi gli esercizi di movimento: marce ritmiche ed analisi dei movimenti.

Seguono esercizi di disegno, alfabeto, aritmetica ed infine in questo grado vi è l’ingresso dei bambini in Chiesa.

Al quinto grado a tutti gli esercizi di vita pratica dei gradi precedenti si aggiungono: le cure fini di toeletta personale e la pulizia dei denti e delle unghie. Segue l’apprendimento delle forme esterne sociali come il saluto. Acquarelli e disegni, scrittura e lettura di parole, prime operazioni di aritmetica scritta, lettura di parole scientifiche, geografiche, storiche, biologiche e geometriche. In questo quinto, ed ultimo, grado della presentazione del materiale si intende inoltre sviluppare la lettura attraverso particolari grammaticali accompagnati da giochi.

“Nella stessa classe dovrebbero trovarsi insieme bambini di tre età: i più piccoli che spontaneamente si interessano al lavoro dei più gradi e imparano da loro. Un bambino che dimostra il desiderio di lavorare e di imparare deve essere lasciato libero di farlo anche se il lavoro è fuori del programma regolare, il quale è indicato soltanto per la maestra che inizia una classe”.

Nascere piccoli piccoli, ovvero nascere prematuri. “Gocciadopogoccia” si va lontano.

“Non si presta facilmente ad una indagine statistica la voglia di vivere o il nascere bene”. M. Odent 

11156116_10206953941513898_8985620336323700944_n

Nel mondo un bambino su dieci nasce prematuro.

Qualche mese fa ho incontrato la storia di Sofia Amélie e la sua mamma, Valentina. Prima di allora non mi ero mai soffermata a pensare a tutti quei piccoli che nascono prematuramente, a quanto la vita di alcuni bambini nasca in salita.

Come la storia si Sofia Amélie, che porto nel cuore, sono molte le storie di bambini nati prematuri che si possono raccontare.

A causa dell’immaturità dei vari organi ed apparati, il neonato prematuro, può presentare numerosi problemi: difficoltà a mantenere un’adeguata temperatura corporea, difficoltà respiratoria, legata all’immaturità polmonare, difficoltà nell’alimentazione, rischio di infezioni. E ancora retinopatie, anemia, ittero, rischio di emorragie cerebrali.

Grazie ai progressi dell’assistenza neonatale, alle T.I.N., Terapia Intensiva Neonatale, molti piccoli nati prematuri vengono accompagnati gradulamente nel loro cammino verso la maturazione.

Questi piccoli sono comunque molto fragili e vulnerabili e richiedono numerose e particolari cure ed attenzioni.

Sono i genitori all’interno della T.I.N. ad avere un ruolo fondamentale: la loro voce, che canta una ninna nanna o che parla loro, è un aiuto prezioso, come lo è la cosiddetta canguro-terapia. Una pratica semplice che consiste nel mettere il piccolo nudo sul petto di mamma o papà, a diretto contatto con la propria pelle. Numerosi sono gli studi che hanno dimostrato che questo abbraccio speciale è un grande beneficio per i piccoli.

Vivere la T.I.N. e l’esperienza della nascita prematura di un figlio è qualcosa che mette a dura prova anche i genitori, che devono trovare qui un necessario supporto, imprescindibile per affrontare la situazione imminente ma anche ciò che spetterà loro una volta usciti dall’ospedale con i loro piccoli.

E’ pensando a questi bisogni, di ascolto, vicinanza, amore, che nasce l’Associazione Genitori “Gocciadopogoccia”, operante principalmente in collaborazione con l’Ospedale Valeduce di Como.

Valentina Bianchi, è una mamma speciale che ha dato vita all’Associazione, cercando un significato profondo nella storia della sua piccola Sofia Amélie. L’Associazione, di cui oggi Valentina è Presidentessa, nasce con il sostegno del neonatologo che si è occupato sin dalla nascita del suo piccolo angelo.

L’intento dell’associazione è quello di accompagnare le mamme e i papà che vivono la T.I.N., Terapia Intensiva Neonatale, fornendo un supporto non solo morale ma pratico da parte di altre donne-coraggio che hanno, in momenti diversi, ognuna con la sua storia, affrontato lo stesso percorso. L’associazione intende inoltre combattere perché in tutti i reparti di Terapia Intensiva Neonatale si possa stare accanto al proprio figlio anche negli ultimi momenti e dopo la morte. Ma l’associazione vuole anche supportare quelle famiglie i cui bambini escono dalla T.I.N. e tornano a casa, con tutte le innumerevoli difficoltà che ci si trova a dover affrontare per combattere la quotidianità di un bambino nato prematuro.

Al fine di sostenere l’Associazione e i suoi diversi progetti vengono organizzati diversi eventi, l’ultimo in ordine di tempo è “La letterina a Babbo Natale”. E’ possibile restare aggiornati su tutte le iniziative dell’Associazione e seguire i suoi traguardi tramite il gruppo facebook Gocciadopogoccia.

Sofia Amélie

“La speranza è un essere piumato che si posa sull’anima, canta melodie senza parole e non finisce mai”. E. Dickinson

Valentina è una donna, una mamma. Valentina ha una storia di quelle da raccontare in punta di pennino. Valentina racconta la sua storia e lo fa sorridendo, mentre il suo cuore forte piange.

A 39 anni Valentina si innamora e con l’amore arriva anche il desiderio di un bambino. Non passa molto tempo e il desiderio si realizza, Valentina aspetta una bambina. Tutto sembra procedere per il meglio sino a quando d’improvviso le cose cambiano: è il 7 luglio del 2014 quando tutto si confonde. Sofia Amélie vorrebbe nascere ma è ancora troppo piccola per venire al mondo, il medico comunica a Valentina che le probabilità di sopravvivenza per Sofia Amélie alla ventiquattresima settimana di gestazione sono davvero scarse, Sofia Amélie ha il 70% di possibilità di non farcela. Sofia Amélie è un amore fragile. I giorni passano e Valentina trova conforto in altre mamme che incontra in un gruppo Facebook, “Noi, mamme di Como”. E’ il 19 luglio quando la situazione precipita ulteriormente e alle 10.00, di un sabato mattina d’estate, Sofia Amélie nasce. E’ tutto veloce, sfuggente, sembra essere tutto sbagliato. Il medico comunica a Valentina che Sofia Amélie è grave ma, quel “ranocchio di 590 g”, come la chiama Valentina, “è un miracolo” dice il medico. I giorni passano e Sofia Amélie è davvero forte, combatte, attaccata alla vita. Valentina scatta foto alla sua piccola e aggiorna, attraverso il suo profilo Facebook, coloro che, sempre più numerosi, si affezionano a Sofia Amélie. Questo amore così forte e così fragile al tempo stesso, cresce, Valentina inizia la marsupioterapia e trova nell’ospedale, in particolare nella Terapia Intensiva Neonatale, un ambiente famigliare, conosce medici, infermieri e le altre mamme che, come lei, combattono per i loro piccoli. Valentina racconta quanto sia difficile ogni volta suonare quel campanello che apre le porte del reparto di Terapia Intensiva, racconta del suono dei monitor, che si ode dai corridoi e di come lei, come ogni mamma, guardasse oltre quella porta a vetri prima di suonare, con il cuore in gola e le gambe tremanti. Passano le ore, i giorni, i mesi, tre lunghi mesi. Ancora una volta Sofia Amélie dimostra una forza sorprendente ma d’un tratto la bufera. Fragile, come una bolla di sapone, in un giorno di inizio autunno si addormenta, tra le braccia della sua mamma.

Valentina vive il suo dolore cercando un significato sempre più profondo alla vita di Sofia Amélie e cerca di cogliere, “goccia dopo goccia” cosa Sofia Amélie ha portato alla sua vita. Valentina crea, con il sostegno del neonatologo che si è occupato sin dalla nascita di Sofia Amélie, un’associazione di genitori di cui oggi è presidentessa, “Gocciadopogoccia”.

L’intento dell’associazione è quello di accompagnare le mamme e i papà che vivono la TIN, Terapia Intensiva Neonatale, fornendo un supporto non solo morale ma pratico da parte di altre donne-coraggio che hanno, in momenti diversi, ognuna con la sua storia, affrontato lo stesso percorso. L’associazione intende inoltre combattere perché in tutti i reparti di Terapia Intensiva Neonatale si possa stare accanto al proprio figlio anche negli ultimi momenti e dopo la morte. Ma l’associazione intende anche supportare quelle famiglie i cui bambini escono dalla TIN e tornano a casa, con tutte le innumerevoli difficoltà che ci si trova a dover affrontare per combattere con un bambino prematuro.

Quella di Sofia Amélie e la sua mamma è una storia che può parlare a tutti, a chi è genitore, a chi è figlio, a coloro che vogliono trovare un tempo per pensare, a quell’evento così semplice e spontaneo, ma così fragile, che è il venire al mondo.
Valentina è stata sfiorata dal tocco di un amore più grande, l’amore di Sofia Amélie, che continuerà a vivere nel suo cuore. Valentina non potrà mai dimenticare la sofferenza, che mai è corsa forse tanto vicino all’amore ma Valentina è una donna che ha trovato il suo spiraglio di luce e che, con la forza di pochi, sta inseguendo.

                                                 

Un’ora di felicità a scuola

Un investimento nella vita è un investimento nel cambiamento. Non dovete mai credere che starete tranquilli, la vita non è fatta così. Bisogna continuare ad adattarsi al cambiamento, e ciò significa che vi troverete sempre davanti a nuovi ostacoli. E’ questo che da gioia alla vita. Leo Buscaglia

bimba-felice-1366x768

E’ un caso che io sia ancora qui a scrivere di felicità, o forse no. Ho scritto di un vaso di felicità e adesso parlerò di un’ora di felicità.

Non è un caso ma semplicemente un argomento che mi sta a cuore.

Credo fortemente nel fatto che lo scopo nella vita di ciascuno di noi sia proprio questo: essere felici.

Ho creduto per molto tempo che coloro che elogiavano la loro felicità di continuo non lo erano fino in fondo, che tutti quei sorrisi sempre e comunque erano solo delle maschere. Poi un giorno mi sono imposta di sorridere anche se non ne avevo voglia, di guardare sempre l’altro lato della medaglia, di cercarlo quando non mi si presentava a colpo d’occhio, di cercare quella goccia di bellezza, anche nelle cose peggiori. Mi sono fermata a riflettere e ho scoperto che le cose che possono far tremare la gioia sono veramente poche.

Nelle scuole di alcuni paesi del mondo si sta facendo strada un nuovo metodo didattico. È la cosiddetta Educazione Positiva, un approccio formativo basato sulla felicità ed il benessere degli studenti.

In Germania la felicità è divenuta, in molti licei una vera e propria materia scolastica. I professori cercano di far sviluppare nei loro studenti senso di appartenenza, autostima, consapevolezza nelle proprie capacità, tutti elementi che favoriscono uno stato di benessere nell’individuo.

Io credo che oltre a questo di felicità sia importante parlare, così come di tutte le emozioni. Anche parlare delle nostre paure può aiutare gli individui a vivere momenti maggiormente felici.

La felicità non si insegna, ciò che si può insegnare è ad affrontare gli ostacoli quotidiani che la vita ci mette dinnanzi, senza farsi travolgere da questi. La felicità nasce da questo, dalla capacità di cambiare, restando sempre se stessi, rispettando sempre se stessi.

Ognuno di oi è coinvolto nel processo del divenire e in questo processo è impossibile fermarsi. Sareste travolti.

Ogni giorno è nuovo. Ogni fiore è nuovo. Ogni faccia è nuova. Tutto, al mondo, è nuovo, ogni mattina della vostra vita. E’ bellissimo!

 

Un vaso di felicità

PER LA FELICITA’ NON CI SONO REGOLE. CIO’ CHE VA NEL VASO E’ SEMPLICEMNTE LA PARTE MIGLIORE DI OGNI TUA GIORNATA.

homemade-happiness-jar-e1446804703848

Elisabeth Gilbert è l’autrice di “Mangia, prega, ama”. Qualche tempo fa pubblicò sulla sua pagina facebook un post nel quale mostrò il suo vaso della felicità.

“Circa un anno fa, quando ho lanciato la mia pagina Facebook, ho postato una foto del mio Vaso della Felicità. Il Vaso della Felicità è un progetto che ho iniziato nella mia vita molti anni fa ed è rimasta una pratica che ho cercato di mantenere con regolarità da allora. Nella sua essenza, il Vaso della Felicità è un’idea semplicissima e quasi assurda – ogni singolo giorno, a fine giornata, prendo un pezzo di carta, l’angolo di una bolletta telefonica o il pezzo di una vecchia lista della spesa, e ci scrivo il momento più felice di quel giorno. Ci metto la data. E poi piego la nota e la inserisco nel vaso. E questo è tutto quello che faccio. Ci vogliono circa 35 secondi per farlo, ma quello che mi porta questo esercizio è enorme – non solo il piacere di trovare un buon momento ogni giorno, anche i giorni orribili hanno un momento meno brutto degli altri), ma dà molti benefici ricordare quel momento per sempre. Col passare degli anni, ogni volta che vivo un periodo difficile, pesco nel barattolo e tiro fuori un foglietto di carta a caso, e rivivo la gioia di quell’istante – tutte quelle istantanee gemme di vita, che avrei dimenticato se non le avessi annotate, mi portano infinito conforto. Mi sorprendo sempre di come, di solito, il mio momento più felice della giornata sia anche quello più semplice. Quasi mai è un momento di successo esplosivo o un eccesso delirante. Nonostante tutti i miei sforzi e le mie ambizioni e tutta la mia ricerca di esperienze straordinarie, è importante riconoscere che i miei momenti più felici sono generalmente molto comuni e silenziosi e a volte anche insignificanti. In realtà, il mio momento più felice ogni giorno, di solito, è solo un colpo d’occhio a qualcosa di dolce e piccolo, il fluire  inaspettato di un’emozione, un po’ di sole sul mio viso, un piacevole incontro sul marciapiede, un fresco bicchiere d’acqua proprio al momento giusto, la mia gioia felina dopo un pisolino, la vista fugace appena con la coda dell’occhio di un uccello, il riconoscimento di qualche piccola e bellissima cosa”.

Sarebbe davvero bello individuare in ogni giornata la cosa più bella. Ancor più bello avere la possibilità di rileggierla, forse, o lasciarla per sempre in un vaso, sicuri però del fatto che tanti momenti belli delle nostre giornate, magari non così rilevanti da essere ricordati, non saranno invece mai dimenticati.

Il Vaso della Felicità può essere l’occasione per trovare il bello in ogni giorno, un esercizio quotidiano che aiuta a scorgere il bello della nostra vita. In ogni giorno, nelle vite di ognuno di noi, c’è del bello ma non di rado siamo stati portati a cercare l’errore,  il difetto, a criticare e giudicare e difficilmente puntiamo l’attenzione al bello che accade, che spesso giudichiamo come dovuto.

Le incertezze circa la nostra felicità sono sempre tante, a parlare di felicità a volte si ha paura.

Ciò che dobbiamo imparare è che per la felicità non ci sono regole. Non ci sono idee. La felicità è di ciascuno di noi e possiamo farci ciò che vogliamo. 

Ciò che va nel vaso è semplicemente la parte migliore di ogni tua giornata.

Alzate sempre la mano, dite la vostra

“Siamo ancora così certi che quello che accade fuori dai nostri confini possa tranquillamente non interessarci? Il più grande errore dei nostri tempi: pensare al Male con la emme maiuscola e ritenere che tutte le sue propaggini siano esternazioni di pochissimo conto. Il Male si muove di sottecchi e, in men che non si dica, riesce a estendersi a macchia d’olio, contando sulle connivenze, sull’indifferenza, sul silenzio”.

12241451_10208044338775345_5866542881508475758_nVi scrivo in un sabato mattina che, per quanto poco ho dormito, potrebbe essere un venerdì notte. La città è avvolta nelle brume, tutto è ovattato e silenzioso. Sono ancora in pigiama, non ho voglia di fare nulla. Mi aggiro per casa, tentando di trovare un’occupazione fittizia che mi allontani dai pensieri. L’immagine della paura negli occhi, il corpo immobilizzato dallo sconforto più profondo per quello che è stato, per quello che sarà.

Sono triste. Soppeso le parole che sto scrivendo, penso che forse non arriverò alla fine di questo articolo.

Sono stata educata alla libertà. Ho avuto due genitori che hanno lavorato sul valore del mio volo, sulle velleità – anche le più strampalate – del mio cammino di costruzione. Ancora prima di essere donna, italiana, cattolica, io sono stata cresciuta come persona.
Sono nata “persona” e la dorata cerchia delle mie frequentazioni mi vede tale.
Voi siete persone. Non numeri, non uomini o donne, non follower o hater. Per me, voi siete vite in cerca di una direzione.

Peché ve lo scrivo?
Perché, rispetto a ieri sera, a tutto il Male, a tutto il patimento provato, sento crescere in me un pulsante fastidio per questo estremo attacco alla mia, alla nostra libertà.
L’offesa più grande che ci possa venire mossa. Il più grande abominio.
Farci avere paura di andare a un concerto, costringerci a temere tutto, spingerci a diffidare dello straniero. Renderci feroci come fiere in gabbia, farci sbranare gli uni con gli altri, spingerci a pensare che alla violenza si risponda sempre e comunque con la violenza.

Non mi addentrerò in questioni che non so analizzare. Io voglio parlarvi di me, di noi, di quanto il fatto di ieri sera a Parigi debba accendere la nostra coscienza e influenzare le nostre future azioni.

Ho poco tempo in questa vita e non voglio avere paura.
Con tutto il rispetto del caso, non voglio stare con Belen o con Selvaggia, non voglio indignarmi perché Gianni ha un social media manager e non l’ha mai dichiarato. Non voglio un banner che dichiari che sono francese e tantomeno desidero questionare con chi stima che il mio strazio di ieri sia viziato nella forma, perché non tiene conto del dolore di tanti altri morti.

Il dolore è una madre, che sostiene anche i corpi dei figli che non ha partorito.
Il senso profondo della libertà risiede nel nostro instancabile viaggio nelle cose del mondo, con la fiducia per i doni che il Destino vorrà concederci, con il coraggio di accettare, per quanto generosi e ben disposti, che qualcosa ci verrà sempre tolto.
Non voglio avere paura e vorrei che non l’aveste nemmeno voi, perché insieme potremmo essere un gruppo che, invece di nascondersi dietro la rassicurante certezza di un hashtag da mostrare in una qualunque bacheca dei mille social, scende per strada, nella vita vera. Nelle piccole azioni, nelle sfumature che, orami lo sappiamo, possono fare la differenza.

Hannah Arendt diceva che il Male è estremo ma che, dietro alla sua voce sguaiata e alta, si nasconde sempre una banalissima assenza di spessore e di contenuto. Questo ci dovrebbe rasserenare, perché, nonostante tutto, la forza del Pensiero, la sua incrollabile ricerca di risposte, di spiegazioni e ragionamento, continueranno a essere approcci vincenti.
Con il tempo, però, specie dopo la mia vita virtuale, ho iniziato a temere che, a furia di ritenere che il Male sia banale, si tenda in un certo senso a ridurlo a un fatto di poco conto, specie se non arriva a intaccare la nostra vita.

La nostra vita, il nostro orto, il nostro spazio vitale. Siamo ancora così certi che quello che accade fuori dai nostri confini possa tranquillamente non interessarci?

Credo che risieda qui, il più grande errore dei nostri tempi: pensare al Male con la emme maiuscola e ritenere che tutte le sue propaggini siano esternazioni di pochissimo conto.
Sbagliato.
Proprio perché ha come unica alleata la Banalità, il Male si muove di sottecchi e, in men che non si dica, riesce a estendersi a macchia d’olio, contando sulle connivenze, sull’indifferenza, sul silenzio.

Tirate fuori la vostra voglia di partecipazione. Alzate sempre la mano, dite la vostra. Fatelo con educazione e fermezza. Ascoltate, chiedetevi se sia giusto intervenire, chiedetevi sempre se una vostra azione possa ferire qualcuno. Prendete posizione contro chi urla, fatelo parlando a bassa voce. Redarguite chi è pronto a lapidare, chi usa il velo dell’anonimato per sfogare rabbia e frustrazione.
Ho visto cadute di stile foraggiate da valanghe di like, ho letto commenti di una tale violenza da far accapponare la pelle, mi sono trova di fronte a dettagliate disamine sulle scelte altrui, le stesse di cui si conosce solo il risultato finale.

Voi starete di certo pensando che io sia drammaticamente uscita dall’argomento con cui ho iniziato il mio discorso, e forse è vero, ma il Male cresce nei posti in cui si ritiene che nulla possa venire fatto, luoghi in cui l’umanità ha lasciato il posto alla furia, in cui la violenza diventa un gioco di gruppo che si disinteressa totalmente delle conseguenze, che ripudia pudore ed empatia.

Rompete gli hashtag e iniziate a stare dalla parte del maggior numero possibile di persone. Fatelo nel quotidiano, impegnandovi e cercando sempre di capire.
Di meno ma meglio. Di meno ma veramente.

Non cambierà nulla e di certo non sarà questo a risolvere la drammatica questione internazionale ma, forse, una volta tantoinizieremo a capire quanto il modo faccia la differenza, quanto l’unione faccia davvero la forza.
Non la violenza, la forza.


Zelda was a writer

Montessori: la ripetizione dell’esercizio

“Per gli adulti la ripetizione può sembrare inutile, noiosa, poco gratificante ma per il bambino essa è la strada maestra per apprendere”. M. MONTESSORI

incastri-solidi-Montessori1La libera scelta del materiale è accompagnata da un ennesima peculiarità del metodo della pedagogista: la ripetizione dell’esercizio.

“Fui sorpresa di vedere una bambina così piccola ripetere più e più volte un esercizio con profondo interesse. Da quando avevo cominciato a contare la bambina aveva ripetuto l’esercizio quarantadue volte. Si fermò, come uscendo da un sogno e sorrise come una persona felice”

Per gli adulti la ripetizione può sembrare inutile, noiosa, poco gratificante ma per il bambino essa è la strada maestra per apprendere. Il piccolo, infatti, compie una certa azione fino a quanto essa non gli riesce alla perfezione. Il continuo ripetere le stesse operazioni rende felice il bambino e fa si che esso compia delle vere e proprie bravure.

La Montessori osservò con attenzione i suoi bambini e si accorse che simili fatti si ripetevano in continuazione tra di essi ed ogni volta ne uscivano con l’aspetto di chi ha provato una grande gioia.

“Notai una strana maniera di comportarsi, che era comune a tutti e pressoché costante in ogni azione, ed è quel carattere proprio del lavoro infantile, che chiamai più tardi la ripetizione dell’esercizio. Vedevo lavorare quelle manine sudice e un giorno pensai di insegnare ai bambini una cosa utile: a lavarsi le mani”.

Si poté osservare che anche una volta con le mani pulite i bambini continuarono a lavarsi. Così fecero anche in altre occasioni, ripetendo l’esercizio infinite volte, senza alcuno scopo esterno.

Più un esercizio era insegnato in modo corretto e colmo di particolari più diventava stimolo ad una ripetizione inesauribile.